MISJA KOŚCIOŁA W EUROPIE ŚRODKOWOWSCHODNIEJ W 20 LAT PO UPADKU SYSTEMU KOMUNISTY (j. włoski)


Incontro dei Presidenti e Cardinali delle Conferenze Episcopali

dell'Europa Centro-Orientale

Zagabria, 9-10 febbraio 2009


Missione della Chiesa nell'Europa Centro-Orientale

a vent'anni dal crollo del sistema comunista (1989-2009)

 

1. Dono e compito

All'indomani del crollo dei regimi comunisti nei nostri paesi la Chiesa ha riconosciuto la straordinaria importanza di questo evento per la missione della Chiesa in Europae lo ha accolto come dono e compito.

Lo ha accolto come dono, perché nonostante vari segni di crisi del sistema il suo crollo era, sì, desiderato da milioni di persone, invocato nelle preghiere dei credenti, ma non previsto né atteso da analisti, politologi ed economisti. La Chiesa, giustamente, vi ha visto un kairós, tempo propizio donato da Dio che ha udito il grido del suo popolo oppresso ed ha esaudito la sua preghiera. Sin dal primo momento la Chiesa ha anche compreso che il dono costituiva un compito molto esigente da affrontare coll'impegno di tutte le sue forze. Oggi, a vent'anni dal crollo del regime comunista si vede con più chiarezza che il kairós era e continua a essere una sfida da accogliere con la generosità di chi vive della speranza grato per l'azione di Dio nella storia.

 

Questa prospettiva teologica nell'interpretare di quanto è avvenuto venti anni fà, che, ovviamente, non esclude altri approcci, mi offre una chiave di lettura dell'esperienza che la Chiesa in Europa Centro-Orientale, compresa quella in Polonia, ha vissuto in questo ventennio. Sono convinto che anche la qualità e la profondità del contributo che le nostre Chiese sono chiamate a dare al rinnovamento dell'intero vecchio continente dipenda in buona parte dal mantenimento di questa prospettiva teologica che al necessario realismo unisce l'ottimismo della speranza cristiana che non si rassegna né si spaventa di fronte ai segni di decadenza e di morte, né si arrende d'avanti alle posizioni aggressivamente anticristiane e anticattoliche.


2. L'esame di coscienza

La prospettiva assunta ci invita innanzitutto ad una riflessione simile a quella di un esame di coscienza guidato dalla domanda su come abbiamo accolto il dono della libertà. Questa domanda è più che giustificata in quanto le nostre società, e quindi anche i credenti, sono fortemente segnati dall'esperienza del male subito per decenni, per cui di fronte alle non poche difficoltà la gratitudine per il dono ricevuto cede alla tentazione di vittimismo, di sfiducia e di dubbio che la causa di Dio stia perdendo. Tocca a noi, Pastori, reagire a questa tentazione d'ingratitudine che si manifesta in forme molto diverse.

Una di queste forme è la nostalgia di un mondo ideale che non è mai esistito. Il Regno di Dio che viene e cresce in mezzo a noi non è un paradiso perduto da ricuperare, né una nuova utopia per cui combattere con impazienza. Il servo non è mandato per estirpare la zizzania prima che il grano sia maturo per la mietitura! Questa sarà opera dei mietitori nel momento voluto dal Signore della messe (cf. Mt 13, 28-30). Le parabole evangeliche del Regno offrono non solo un punto di riferimento per l'esame di coscienza, ma anche per confrontarci sul nostro modo d'essere Chiesa nel tempo presente.

 

La prospettiva del dono di Dio non esclude la competizione, ma certamente esclude l'agressività, il sospetto e la diffidenza come atteggiamenti fondamentali nelle relazioni sociali e politiche. La prospettiva di gratitudine per il dono ricevuto non esclude che scuotiamo la polvere dai nostri piedi e ci rivolgiamo altrove (cf. Lc 9, 5), ma certamente esclude il fuoco da mandare sulle teste dei nostri avversari (cf. Lc 9, 53-55). Abbiamo bisogno di testimoni pronti anche al martirio, ma non siamo bene consigliati dagli impazienti che vogliono imporre il Vangelo con i mezzi che non sono evangelici. Il Vangelo predicato e testimoniato con coerenza certamente influisce sulla politica, ma non si serve della politica per imporsi. Nella prospettiva del dono di Dio sono ben visibili queste tentazioni presenti anche nella vita dei cattolici polacchi. La loro manifestazione e persistenza, in un certo senso, costituisce un fattore che accelera la secolarizzazione.


3. "Due polmoni"

A Giovanni Paolo II era cara l'immagine di un Europa che respira con due polmoni. E' certamente un buon frutto di questo ventennio che nonostante le differenze di esperienze storiche e differenti in parte i presupposti culturali, cresce la collaborazione tra le Chiese del nostro continente e la fiducia reciproca. La responsabilità per il futuro del nostro continente diventa sempre più ecumenica. Noi dell'Europa Centro-Orientale coesistiamo da secoli negli stessi territori con le chiese della tradizione bizantina. Questa vicinanza in un Europa che progressivamente abolisce le barriere, in cui ha luogo una grande migrazione, alla quale partecipano senza distinzione alcuna i fedeli delle nostre Chiese accresce la nostra responsabilità per la riconciliazione senza la quale la nuova evangelizzazione sarà poco credibile. In questo campo c'è ancora moltissimo da fare. Riconciliati e uniti nella testimonianza credibile non solo ai valori del Vangelo, ma soprattutto alla persona viva di Gesù Cristo siamo capaci di fare molto di più!


4. Conti con il passato

Un capitolo certamente difficile non solo per la società e la Chiesa in Polonia è il passato che emerge dagli archivi dei servizi di sicurezza comunisti. Mentre da un lato siamo fieri d'aver tanti esempi di limpida e non di rado eroica testimonianza di fedeltà alla Chiesa, dall'altro lato fatichiamo nel fare luce sul passato di alcuni nostri fratelli nella fede e nel sacerdozio sospettati d'aver collaborato con i servizi di sicurezza comunisti. La difficoltà non sta nella mancanza di volontà per arrivare alla verità o nella vastità del fenomeno di collaborazione, che, tutto sommato, era piuttosto ridotto, specialmente se si considera l'immensità dei mezzi impiegati, ma sta nell'uso strumentale del materiale prodotto, che in un certo senso continua l'opera destruttrice di chi per decenni ci combatteva con ogni mezzo.


5. La riconciliazione

Questa e le altre difficoltà menzionate sopra sfidano la Chiesa sul terreno che le è proprio - quello della riconciliazione. Sembra che il buon uso del dono della libertà quasi in tutti i campi della vita dipende dalla profondità del processo della riconciliazione. Il comunismo non solo ha causato molte ferite ma anche ha impedito la guarigione delle vecchie legate ai vecchi conflitti. Per questo, credo, il contributo maggiore delle nostre Chiese al futuro del continente lo daremo se con tutte le forze promuoveremo la riconciliazione a tutti i livelli della vita individuale, familiare, sociale, ecclesiale e internazionale.


6. La cultura del dialogo

In Polonia il processo di secolarizzazione non ha certamente iniziato con i cambiamenti politici dell'anno 1989. L'apertura al mondo favorita dalla caduta del regime comunista ha coinciso con uno sviluppo delle tecnologie di comunicazione di massa. Questo sviluppo ha reso massicciamente presenti in Polonia, come, penso, anche negli altri paesi della nostra parte del continente, correnti culturali, visioni del mondo e modelli di vita che sono contrari o apertamente ostili alla visione cristiana. Questo ha certamente fatto accelerare il processo della secolarizzazione e posto nuove sfide non solo all'azione pastorale della Chiesa, ma anche a tutta la sfera, in cui si formula e si comunica il pensiero cattolico, dagli atenei cattolici, agli ambienti di intellighenzia cattolica raggruppati intorno ad alcune riviste, dalle case editrici, all'ambiente degli insegnanti della religione nelle scuole pubbliche. Non meraviglia dunque che ci siano accese discussioni su temi fondamentali per l'indentità cattolica e per la relazione con il mondo esterno. Queste discussioni sono condotte non solo con il mondo esterno, ma anche all'interno del mondo cattolico. In ambedue i casi lo spirito di queste discussioni non è molto dialogico. Il clima sociale e, purtroppo, anche il clima ecclesiale è influenzato da aspre polemiche tra posizioni esasperatamente inconciliabili. Questo clima di ostilità polemica ad extra e ad intra influisce poi in maniera molto forte sulla ricezione dell'insegnamento dei vescovi anche su questioni cruciali di etica. La cultura di dialogo lascia molto da desiderare. Bisogna cercare e trovare linguaggi e argomentazioni che non siano percepiti come minaccia alla libertà o come prese di posizione di parte. Tocca a noi, pastori, di dare l'esempio di una cultura del dialogo rispettoso allo stesso tempo della verità e della dignità dell'altra parte.


7. Alcune urgenze pastorali

Cercando uno stile diverso improntato alla cultura del dialogo l'azione pastorale della Chiesa deve affrontare con urgenza alcuni problemi che hanno un'importanza capitale per il futuro della Polonia e della Chiesa in Polonia.

Innanzitutto siamo confrontati con una crisi della famiglia che si sta aggravando sotto i nostri occhi per cause molto complesse. Una crescente instabilità della famiglia è accompagnata dalla presa di distanza dall'insegnamento morale della Chiesa riguardo alla famiglia e al matrimonio. E' necessario il rinnovamento profondo della formazione di coscienze alla retta comprensione dei valori fondamentali su cui si regge la famiglia e il matrimonio, su cui, in definitiva si regge tutto l'ordine sociale. Questo rinnovamento non è facile, come lo dimostra un aspro dibattito sulla fecondazione in vitro che da alcuni mesi si svolge in Polonia. L'efficacia della formazione di coscienze dipende anche dal modo in cui vengono presentati gli argomenti della Chiesa nel dibattito pubblico.

 

Un altro campo in cui viviamo una sfida enorme sono i giovani che non comprendono bene il linguaggio e gli argomenti della Chiesa su tanti punti e sotto la spinta conformista della cultura dominante assumono una mentalità lontana dal Vangelo, prendendo distanza dalla prassi cristiana e dalla fede. La ricerca dei nuovi linguaggi deve trovare appoggio nella credibile testimonianza della bellezza e della verità dell'insegnamento del Vangelo.

Infine stiamo osservando che sta diminuendo il numero delle vocazioni sacerdotali e religiose. E' uno sviluppo che ci preoccupa anche se non è ancora drammatico. Cerchiamo di analizzarne le cause che sono certamente complesse. Sentiamo che l'efficacia della promozione delle vocazioni costituisce già oggi una verifica della capacità di rinnovamento della vita ecclesiale.

 

Non vogliamo rimanere passivi davanti a queste sfide. Ci sprona lo stile del contatto pastorale con i nostri contemporanei praticato da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Ci aiuta il loro ricco insegnamento. Stiamo imparando anche dall'esperienza dei laici formati nei diversi movimenti ecclesiali. Cerchiamo di comprendere meglio l'esperienza delle Chiese dell'Europa occidentale. Siamo convinti che possiamo e dobbiamo offrire al mondo d'oggi i motivi di vita e di speranza per cui non ci rassegnamo di fronte alle difficoltà e alle sfide.


8. Conclusione

La riflessione sull'esperienza di venti anni passati dalla provvidenziale caduta del regime comunista nei nostri paesi ci fa intuire che siamo ancora agli inizi dell'accoglienza del dono della liberta. E' un dono veramente esigente! Esso esige non solo il cambiamento di mentalità condizionata dalla lunga esperienza della vita sotto la dittatura, ma soprattutto l'esercizio e l'appropriazione convinta delle nuove virtù grazie alle quali la verità del Vangelo possa sviluppare tutta la sua attrazione e forza.


Card. Stanisław Dziwisz

Arcivescovo Metropolita di Cracovia

 

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